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Lo
spirito di fondo che ha animato sin dall'inizio il progetto
dei laboratori "Giocare con l'arte" è
quello di promuovere l'esperienza diretta della creazione
artistica per mezzo di attività concrete, accessibili
anche ai bambini e agli adulti non specialisti, che
permettano la manipolazione diretta degli strumenti
e delle tecniche delle diverse forme dell'espressione
artistica.
Ma oltre all'idea di fondo di privilegiare l'esperienza
diretta piuttosto che l'ascolto passivo, il far da sé
piuttosto che il semplice guardare, quali sono i princìpi
specifici che dovrebbero guidare la scelta e la messa
in atto di queste diverse attività?
Analizzando le opere di Bruno Munari non tanto nel loro
aspetto formale concluso ma con un'attenzione rivolta
piuttosto a cogliere i probabili percorsi che hanno
portato alla loro realizzazione, si possono individuare
un certo numero di caratteristiche ricorrenti, riconducibili
ad alcuni princìpi metodologici precisi.
Così ha scritto Alberto Munari, figlio di Bruno
e professore di Psicologia dell'età evolutiva
all'Università di Ginevra nel Quaderno di Gruppo
Immagine n. 2, da cui sono tratti anche i seguenti testi.

Si è già detto che il fare è il
principio di fondo che ispira tutti i Laboratori. L'azione
è il momento iniziale e fondamentale di ogni
differenziazione tra individuo e realtà. Ecco
perché ritrovare l'azione, valorizzare il fare
piuttosto che il dire, diventa allora la strategia più
efficace e più fedele per far emergere i processi
effettivi di elaborazione della conoscenza, e in particolare
di quella conoscenza specifica che è l'apprezzamento
estetico.
Un esempio molto significativo della valenza cognitiva
insita in ogni gesto è dato dalle ricerche grafiche
che Bruno Munari sviluppò all'inizio degli anni
'50 con le prime penne a sfera Biro. Con la sua peculiare
caratteristica di potersi muovere senza intoppi in ogni
direzione, essa ha liberato la scrittura dai sensi obbligati
del pennino, dalle mediazioni più o meno complicate
impostele da scalpelli, gessi, carboncini, pennelli
rendendo così possibile riscoprire l'azione del
gesto dello scrivere e del disegnare. Ecco allora che
questa sinergia ritrovata tra mano, mente e strumento
dà luogo a espressioni grafiche inaspettate,
a nuove esplorazioni dove la coerenza formale risulta
quasi "naturalmente" dalla coerenza psico-motoria
insita nell'azione stessa.
Ritrovare l'azione significa liberarsi dalle costrizioni,
dalle reticenze, dalle diffidenze e dai timori che il
pensiero verbalizzato porta inevitabilmente con sé.
Ricorrere all'azione vuol dire invece ritrovarsi appieno
in quel dialogo emozionante, imprevedibile e creativo
in cui eravamo quando ci stavamo costruendo come esseri
conoscenti, ed al tempo stesso costruivamo l'oggetto
da conoscere e gli strumenti stessi della conoscenza.
E' importante ricordare che lo scopo fondamentale dei
laboratori "Giocare con l'arte" non è
quello di valutare delle conoscenze o anche solo di
verificarne la presenza, bensì quello di far
emergere e di promuovere i processi di elaborazione
delle conoscenze. Non è quindi in un'ottica di
"risoluzione di problemi", di problem-solving,
che si propongono attività di manipolazione e
situazioni sperimentali concrete: è invece in
un'ottica di esplorazione psico-genetica che si suggeriscono
attività di questo genere.
Occorre promuovere quelle attività che accettano
più soluzioni, tutte ugualmente plausibili, offrendo
così più occasioni di confronto fra diversi
percorsi alternativi; quando poi una soluzione è
individuata, la discussione non è pertanto chiusa,
perché altre soluzioni altrettanto valide potrebbero
essere esaminate ancora. Quali attività concrete
potremmo allora proporre? Anche qui la produzione dello
stesso Bruno Munari ci offre diversi suggerimenti precisi:
ad esempio quegli esercizi di esplorazione delle varianti
che Munari si è divertito più volte a
realizzare su diversi oggetti e immagini: sedie, pesci,
facce
Che cosa vuol dire dunque esplorare le variazioni? Significa
cambiare sistematicamente i caratteri che definiscono
un oggetto. Significa chiedersi in quanti modi diversi
si potrebbe realizzare un dato oggetto. Ma significa
anche sospendere momentaneamente i giudizi di valore,
non voler cercare a tutti i costi la soluzione "migliore",
bensì lasciarsi andare al piacere di esplorare
il più gran numero possibile di variazioni.

Questa regola nasce quasi naturalmente dall'esercizio
della precedente: infatti nell'esplorare sistematicamente
tutte le variazioni possbili di una forma o di un oggetto,
arriva inevitabilmente il momento in cui la forma o
l'oggetto iniziale è così trasfigurato
che ci si può chiedere se si tratti ancora della
stessa cosa.
Così misurare i limiti vuol dire proprio far
variare sistemaricamente alcuni caratteri di un oggetto
per vedere sino a che punto questo oggetto conserva
la sua identità. Le figure presentate al punto
precedente contengono già alcune illustrazioni
di questo principio. Ma queste altre, sempre tratte
dalla produzione di Bruno Munari lo mostrano meglio
ancora. Un pesce con le corna, è ancora un pesce.?
A come uccello è ancora un uccello? E una scrittura
priva di significato è ancora una scrittura?
In un certo senso anche questo principio è un
corollario del n. 3: il più delle volte infatti,
è proprio perché vi sono diversi livelli
di interpretazione che vi possono essere più
soluzioni; e inversamente, è perché la
situazione proposta non può esser esaminata che
a un solo livello, che vi è una sola ed unica
risposta possibile. In questo caso però non si
possono formulare regole o criteri generali, poiché
il numero e la differenziazione dei livelli di interpretazione
dipende ovviamente dalla posizione assunta dall'osservatore.
Naturalmente, più un'attività si presta
a diversi livelli di interpretazione, nel contesto dato
e per il pubblico scelto, e meglio questa attività
contribuirà alla presa di coscienza dei processi
cognitivi coinvolti.
A volte basta semplicemente offrire l'occasione di osservare
attraverso un pertugio, un buco di forma particolate,
un filtro colorato, oppure da un'angolazione insolita,
per innescare la voglia di esplorare il mondo da tanti
punti di vista diversi. I famosi libri illeggibili possono
costituire un esempio interessante di questo principio.
Un marchio di fabbrica può essere piccolissimo
come un distintivo oppure enorme come un cartellone
autostradale: c'è qualcosa d'altro che cambia
, oltre la dimensione? Quanti e quali sono i cambiamenti
che avvengono quando si modificano le dimensioni di
un oggetto, di una figura, di un essere? Perché
una formica grande come un aereo fa paura? Perché
un elefantino piccolo piccolo fa tenerezza? Che cosa
c'è di diverso tra un gattino e un gattone? Tra
un bambino e un adulto?
Disegnare un albero con una matita su un foglio di carta
da lettere è una cosa: disegnare lo stesso albero,
secondo lo stesso schema, ma su dei fogli grandi come
una palestra, è ancora la stessa cosa? E' proprio
questo tipo di ricerca che Bruno Munari ha più
volte proposto nei suoi laboratori, facendo costruire
a dei bambini un enorme albero con dei grandi fogli
di carta.
Di solito si considera l'organizzazione delle cose un
dato di fatto "naturale", necessario, definitivo,
e non viene spontaneamente l'idea di provare a modificarla.
Anzi, il più delle volte, modificare l'ordine
è considerato sconveniente, pericoloso, o più
semplicemente vietato. Molti hanno pagato addirittura
con la vita il loro tentativo di cambiare l'organizzazione
economico-politica della società nella quale
vivevano.
Eppure, il cambiare l'organizzazione di un insieme di
elementi può portare a delle scoperte affascinanti,
può far emergere forme di realtà impreviste
e quindi arricchire di molto la conoscenza del mondo.
In fondo che altro non fa l'artista, se non mostrare
appunto che cosa può nascere da nuove e diverse
organizzazioni di forme, oggetti, parole, colori? I
tantissimi modi in cui Bruno Munari ha organizzato uno
stesso insieme di 21 punti sono un esempio lampante
dell'estrema ricchezza di questo genere di esplorazioni.
Questo principio, che di fatto si potrebbe considerare
un'estensione del precedente, è molto più
comune e socialmente accetto, anche se spesso è
considerato soltanto un gioco.
Si tratta infatti del gioco delle somiglianze, che quasi
tutti i bambini scoprono spontaneamente e con il quale
si divertono molto: guarda quella nuovola
somiglia
a un cane! Guarda questo sasso
sembra una rana!
e a che animale assomiglia lo zio? e se la cuginetta
fosse una verdura che cosa sarebbe? e così via.
Le opere degli artisti di tutto il mondo sono ricche
di esempi di come la ricerca delle analogie può
essere un metodo molto fecondo per trovare nuove forme
di espressione. Anche nella produzione di Bruno Munari
non mancano esempi di questo genere: Da lontano era
un'isola o un sasso - pacco.
Se vogliamo promuovere veramente il pensiero divergente,
far emergere davvero i processi di costruzione della
conoscenza e non soltanto una lista di risposte "giuste"
e standardizzate, se vogliamo effettivamente far progredire
il soggetto conoscente nell'elaborazione della propria
conoscenza, allora dobbiamo proporgli delle attività
concrete che sollevino delle problematiche sufficientemente
lontane dalle competenze che egli già possiede.
Non troppo lontano, sennò non riuscirà
nemmeno a percepirle; ma neanche troppo vicino, altrimenti
vorrà trattarle con strumenti già provati,
senza ricercarne altri.
Più di ogni altra parola, le famose forchette
di Munari illustrano a meraviglia questo principio.
Ovviamente non si possono definire delle regole generali
per trovare il giusto grado di déplacement cognitivo
che si dovrebbe proporre, poiché tutto dipende
dall'interazione tra il contesto particolare nel quale
si opera, la tematica che si vuole esplorare e il tipo
di persone coinvolte. Anche in questo caso, come riguardo
tutti gli altri principi summenzionati, sarà
l'esperienza e la sensibilità dell'animatore
del laboratorio a giocare il ruolo più importante.
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